La leggenda della Sibilla

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28.06.2019

Tra l’Umbria e le Marche si distendono i Monti Sibillini, massiccio montuoso che prende il nome dal Monte Sibilla, famoso in particolare per il fatto di ospitare, al livello della sommità, l’omonima grotta che, secondo la leggenda, sarebbe la dimora o il rifugio della Sibilla o Sibilla Appenninica. Questa figura mitologica è al centro di numerosi racconti e credenze popolari: affascinante e misteriosa, nei secoli è stata descritta e raccontata in tanti modi diversi dando vita a suggestioni che tutt’oggi suscitano interesse e curiosità.

La Sibilla Appenninica

La Sibilla Appenninica, detta anche Sibilla Picena o Sibilla di Norcia, è una figura presente nell’immaginario collettivo sin dal Medioevo. È dipinta come una maga o come un’indovina, regina di un mondo sotterraneo a cui si accede per mezzo della grotta che porta il suo nome. Una parte della tradizione la descrive senza accezioni negative, come una fata, conoscitrice della medicina e dell’astronomia, o una sacerdotessa in grado di fare profezie e predire il futuro. I suoi oracoli erano espressi in modo contorno e con un linguaggio complesso, pertanto risultavano spesso molto difficili da interpretare. Un’altra parte dei racconti popolari giunti fino ad oggi la vuole invece come una figura negativa, una strega o addirittura una rivale della Vergine Maria che proprio per questa sua essenza demoniaca è stata isolata e rinchiusa in una grotta.

La grotta e il regno della Sibilla

La Sibilla è conosciuta anche per i racconti e le leggende relativi al suo regno a cui sarebbe possibile accedere, appunto, attraverso la grotta del Monte Sibilla, di cui oggi resta solo un cumulo di pietre nascosto da una fitta vegetazione. Questa grotta è detta anche Grotta delle Fate perché la Sibilla è spesso raccontata come affiancata da queste figure femminili: bellissime, indossavano ampie vesti per nascondere le loro zampe di capra, utili a muoversi agevolmente sulle montagne, ma che non dovevano assolutamente essere mostrate agli umani. Le fate, secondo la leggenda, erano solite uscire solo di notte e prima dell’alba dovevano fare ritorno alla grotta per non essere esiliate dal regno. Con l’oscurità raggiungevano il lago di Pilato e i paesi circostanti, insegnavano alle giovani donne l’arte della filatura della lana e incontravano anche i giovani pastori. A questa credenza si intrecciano quindi racconti di amori stregati: gli uomini che incontravano le fate venivano sottratti al loro mondo e costretti a vivere in eterno nel regno della Sibilla. Queste figure divennero oggetto delle predicazioni di preti e frati, furono demonizzate e le storie di questi esseri malvagi e incantatori entrarono a far parte di quella narrazione che giustificò, per diversi secoli, roghi, impiccagioni e torture.
Due sono le opere principali, in letteratura, che trattano della leggenda della Sibilla, entrambi risalenti al quindicesimo secolo: “La Salade” di Antoine de la Sale e “Il Guerrin Meschino” di Andrea da Barberino.

Foto: Wikipedia

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